La solitudine dei senza dimora. Quando la bottiglia di vino ti invita a sfuggire dalla realtà

Non è mia intenzione fare un trattato sociologico sul tema dell’alcool e del suo abuso da parte di persone di tutte le età. Ne utilizzare dati statistici farciti di numeri. I numeri sono freddi e non rappresentano i drammi che si consumano quotidianamente a causa dell’alcolismo. lo voglio solo raccontare una storia, quella di Mario, fatta di solitudine, di deserti relazionali e di una sconfitta: la sconfitta di una società, la nostra, che con tanto cinismo tende spesso o quasi sempre a catalogare gli individui per categorie improntate ad una scala di priorità, nell’attenzione collettiva, dove gli ultimi rimangono ultimi per sempre, negando loro la possibilità di un riscatto quanto mai necessario per chi vive ai margini di tutto.

LA STORIA
Ho conosciuto Mario al mio arrivo a Foggia. L’ho conosciuto alla mensa dell’Immacolata, dove a pranzo si riversano decine di persone in difficoltà e il più delle volte senza dimora. Sedeva in solitudine e mangiava quasi come un uccellino. Spesso non finiva il cibo nel piatto. Ricordo di essermi seduto accanto a lui il mio primo giorno in mensa. In quel luogo eravamo tutti lo specchio del malessere che attanaglia, a vario titolo, chi è costretto a vivere una vita di strada e di solitudine. Ricordo di avergli rivolto la parola e di non aver avuto alcuna risposta. Non importa. L’aspetto oltre il trasandato ed un volto che con la sua durezza raccontava di una vita al limite. Una vita che probabilmente non aveva da parecchio tempo alcun momento di tranquillità e di pace se non durante gli effetti dell’alcol. Ma la pace e la tranquillità che ti propone l’alcol non è veritiera, ma solo stordimento, finche dura. Sì, Mario beveva, quando poteva permetterselo ed anche quando non avrebbe potuto, bottiglie di vino di terz’ordine. Mi sono spesso chiesto se fosse più dannoso l’alcool di quel vino o tutti i prodotti chimici di cui è pieno. Ma, d’altronde, è quello che costa meno e produce comunque l’effetto desiderato: ti porta via dalla realtà, quella realtà quotidiana fatta solo di dolore e di miseria; non solo miseria materiale ma soprattutto miseria di affetti e di relazioni. La peggiore.

LA PANCHINA DELLA SOLITUDINE
Mario, durante il giorno, era sempre seduto, se ancora lucido, o sdraiato su una panchina in legno del viale della stazione. Il brik del vino accanto, immancabilmente. Se avevi voglia di parlare con Mario o solo se ti interessava sapere come stava, sapevi dove trovarlo. Sulla panchina. Una delle tante panchine di cui Foggia è piena, occupate da decine di Mario con la propria bottiglia di vino. L’alcolismo non ha la puzza al naso. Bianchi, neri, cristiani o musulmani, ti tenta e approfitta delle tue debolezza, dei tuoi drammi, delle tue paure o della tua illusione di essere più forte di lui e della tua convinzione di poter risolvere i mille problemi che ti attanagliano o solo della solitudine che ti accompagna, silenziosa ma alimentata, giorno dopo giorno, da una vita forse sbagliata o forse subita. Se vivi per strada, senza affetti e senza poter dare una ragione ai giorni che si susseguono, uno dopo l’altro, sempre uguali e sempre avari di rapporti umani, è più facile cadere nella tentazione dell’alcol alla ricerca di quella pace che difficilmente puoi trovare altrove. Credetemi, anche se sono astemio, solitamente non si diventa clochard perché si beve ma al contrario è la solitudine del “barbone” che ti fa cadere nel baratro dell’alcolismo. Ricordo che un giorno, uno dei tanti trascorsi allo stesso modo, mi fermai a parlare con Mario sulla solita panchina e notai che dalla tasca del suo pantalone, si intravedeva un coltello a scatto. Gli chiesi il perché di quel coltello. Ricordo che mi guardò stranito e mi disse: «Hai mai dormito per strada la notte? È pericoloso e con questo posso difendermi».

NON BASTA UN COLTELLO PER DIFENDERSI

All’improvviso Mario non lo si vedeva più in giro o seduto sulla solita panchina. Mi chiesi cosa fosse successo. Una sera sentii parlare delle persone in merito a «quell’ubriacone che era sempre seduto sul viale della stazione» e che era stato trovato morto. Stavano parlando di Mario. Non ho mai saputo di cosa fosse morto. Probabilmente per gli effetti dell’alcol. Comunque, era morto. Non so quanti anni avesse, ma sicuramente troppo pochi per morire. Quella panchina, non sarebbe rimasta vuota a lungo, un altro Mario avrebbe preso il suo posto. Sono tanti, troppi i Mario. Il coltello a scatto, non gli è servito a difendersi da se stesso e dai mali e storture e indifferenza di questa società. lo sono credente e spero che ora Mario si trovi in un posto migliore, magari seduto su una panchina attorniato da amici e persone che gli vogliono bene. Un luogo dove non gli serve un coltello per difendersi e dove possa vivere, per l’eternità, coltivando affetti e gioie che la vita, fosse solo per colpa sua, su questa terra gli ha negato.
Ciao Mario.
Ruggiero Di Cuonzo