Se è normale morire a causa del proprio orientamento sessuale, la storia di Sara Hegazy che difendeva il suo diritto ad amare e la comunità Lgbt

«Ai miei fratelli: ho cercato di trovare la redenzione e ho fallito, perdonatemi. Ai miei amici: l’esperienza è stata dura e sono troppo debole per resistere, perdonatemi. Al mondo, sei stato in gran parte crudele, ma io perdono». Sara Hegazy non ha retto al peso, al dolore, alla sofferenza. La giovane attivista egiziana per i diritti della comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), si è infatti suicidata nella sua casa in Canada, dove viveva in esilio dal 2018 dopo essere stata in carcere in Egitto per tre mesi, durante i quali era stata maltrattata e umiliata. Hegazy, 30 anni, era salita alla ribalta dopo avere issato la bandiera arcobaleno Lgbt durante un concerto in Egitto nell’ottobre 2017 dei Mashrou’ Leila, un popolarissimo gruppo libanese il cui cantante è anch’egli dichiaratamente gay.

In seguito, per quella vicenda, era stata arrestata insieme con altre decine di persone, accusata dalla magistratura egiziana di «promuovere la devianza e la dissolutezza sessuale». Hegazy aveva trascorso tre mesi in prigione prima di essere rilasciata su cauzione. Tuttavia, aveva sofferto di disturbo da stress post traumatico causato dall’umiliazione e dai maltrattamenti che ha dovuto affrontare durante la sua prigionia, tanto da convincerla a tentare il suicidio in cella. Nel 2018 si era trasferita in Canada, dopo aver presentato una richiesta di asilo. La sua storia ci ricorda ancora una volta le condizioni di vita in cui vivono milioni di persone a causa del loro orientamento sessuale. Ed accade a pochi giorni dalla Giornata Mondiale del Rifugiato, che si celebra il 20 giugno su volere dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che coinvolge migliaia di persone in fuga dai loro Paesi proprio a causa delle persecuzioni e delle violenze che subiscono per il loro orientamento sessuale.

Secondo un recente report di Amnesty International, in MauritaniaSudanNigeria settentrionale e Somalia meridionale, chi appartiene alla comunità lgbt rischia la pena di morte. In altri paesi l’omosessualità è considerata un reato ed è punita con il carcere. Le leggi più severe sono in GambiaSierra Leone e nell’area centro-africana (Uganda, Kenya, Tanzania, Zambia), dove è previsto perfino l’ergastolo. Ci sono poi stati come l’Eritrea e il Sud Sudan in cui le persone lgbti possono subire condanne dai 7 ai 10 anni. In Egitto l’omosessualità non è criminalizzata per legge ma di fatto, come dimostrano diversi report. E Sara Hegazy ha pagato le conseguenze. Gli attivisti hanno reso omaggio a Hegazy sui social media, usando l’hashtag #RaiseTheFlagForSarah.
e.m.